News | 17 aprile 2026, 15:53

Moda italiana da 90 miliardi, ma solo un’azienda è un “best place to work”

Secondo la classifica Great Place to Work 2026, il settore fashion è fanalino di coda per benessere organizzativo. Eppure investire nella fiducia dei dipendenti fa crescere il fatturato del 20%

Moda italiana da 90 miliardi, ma solo un’azienda è un “best place to work”

Settore strategico, simbolo del Made in Italy, con un giro d’affari che supera i 90 miliardi di euro (circa il 5% del PIL nazionale) e quasi mezzo milione di addetti. Eppure, quando si parla di qualità degli ambienti di lavoro, la moda italiana è sorprendentemente in fondo alla classifica. A dirlo è il recente ranking Best Workplaces Italia 2026, realizzato da Great Place to Work Italia sulla base delle opinioni di oltre 210mila collaboratori di 415 organizzazioni. Tra i 75 migliori ambienti di lavoro del Paese, una sola azienda del settore abbigliamento è riuscita a entrare: Kiabi, al settimo posto nella categoria tra i 500 e i 999 dipendenti.

Un dato che fa riflettere, specie se letto alla vigilia della Giornata nazionale del Made in Italy (15 aprile). Mentre settori come l’Information Technology, le biotecnologie, il farmaceutico e i servizi finanziari investono massicciamente in cultura organizzativa, il fashion sembra restare indietro. “Purtroppo il settore moda non si distingue per grandi esempi di innovazione nella cultura organizzativa”, spiega Alessandro Zollo, CEO di Great Place to Work Italia. “Sono rare, anche a livello internazionale, le aziende del fashion che scalano le nostre classifiche. Kiabi rappresenta un caso emblematico, ma anche unico”.

L’azienda francese (presente anche in Italia) ha rivoluzionato il prêt-à-porter dal 1978 con l’idea di moda a prezzi accessibili per tutta la famiglia. Oggi si distingue per pratiche di ascolto attivo, inclusione, benessere individuale e coesione interna. Un modello che mette al centro la relazione con il collaboratore, molto lontano dalla percezione “frammentata e impersonale” che secondo Zollo ancora prevale nel fashion italiano.

Ma perché questa distanza è un problema? I dati parlano chiaro. Le aziende che investono nella fiducia e nel benessere dei dipendenti registrano una retention superiore all’86%, contro il 66% delle imprese non certificate. E c’è di più: i Best Workplaces italiani hanno fatto segnare una crescita media dei ricavi del +20% nell’ultimo anno, mentre la media Istat per industria e servizi si è fermata all’1%. Un divario che trasforma il benessere organizzativo da questione etica a leva strategica.

Great Place to Work Italia ha identificato cinque vantaggi concreti per le aziende che scelgono questa strada. Primo: si abbattono i costi del turnover, evitando le spese nascoste di ricerca, selezione e formazione di nuovo personale. Secondo: i collaboratori diventano autentici brand ambassador, un valore immenso in un settore trainato dall’immagine come la moda. Terzo: si attraggono i talenti delle nuove generazioni, che non cercano solo stipendio ma valori, equità e work-life balance. Quarto: un clima di fiducia stimola la creatività e l’innovazione, risorse essenziali per il fashion. Quinto, e forse più importante: tutto questo genera un ritorno economico diretto e misurabile.

“L’impatto è tangibile, misurabile e strategicamente rilevante”, conclude Zollo. “Esiste una correlazione diretta tra il Trust Index (che misura la fiducia interna) e la crescita del fatturato aziendale”. Mettere le persone al centro, insomma, non è un esercizio di stile. È, a conti fatti, la leva finanziaria più potente a disposizione delle imprese. Anche di quelle che vestono il Made in Italy.

Redazione