News | 30 ottobre 2026, 14:00

Flat tax contro Irpef: quanto pesa davvero la differenza tra autonomi e dipendenti

Il confronto sulla manovra 2027 accende il dibattito sull'equità: le stime dei sindacati e dell'opposizione, e le cifre del taglio al secondo scaglione

Flat tax contro Irpef: quanto pesa davvero la differenza tra autonomi e dipendenti

L'ampliamento del regime forfettario a 100.000 euro ha riaperto una discussione che accompagna la flat tax fin dalla nascita: è giusto che chi fattura molto paghi, in proporzione, meno di un lavoratore dipendente? Le cifre circolate in questi giorni aiutano a capire la posta in gioco, anche se vanno lette come stime di parte e non come dati ufficiali.

Secondo i calcoli della Cgil, un professionista con 100.000 euro lordi di ricavi pagherebbe nel 2027 circa 8.658 euro di imposte, mentre un dipendente con 51.000 euro lordi ne verserebbe 14.030. Per l'esponente del Pd Maria Cecilia Guerra, chi resta in Irpef avrà un taglio che va «da zero a 500 euro», mentre chi è in flat tax otterrebbe un vantaggio compreso tra 7.237 e 9.890 euro, senza contare le addizionali, che possono superare i 2.000 euro.

Il governo ha scelto di intervenire anche sul lavoro dipendente. Il secondo scaglione Irpef, con aliquota al 33%, passa da 50.000 a 55.000 euro, con un beneficio stimato di circa 500 euro l'anno, che sale a 1.200 euro considerando i tagli delle precedenti manovre della legislatura. Per i più giovani, nel 2027 una quota di 2.500 euro del reddito annuo degli under 30 sarà tassata all'1%.

Per chi è in partita Iva la questione non è soltanto politica. Il forfettario è già adottato da più della metà degli autonomi, e i dati ricordati dall'economista Alessandro Santoro mostrano che il reddito medio dei forfettari è cresciuto del 23,7% rispetto al 2019, arrivando a 17.190 euro, contro un +21,1% per gli autonomi in Irpef, fermi a 40.900 euro. La platea è dunque molto eterogenea: accanto a micro-attività con redditi bassi, il regime accoglie professionisti con ricavi elevati.

La soglia, ricordano gli analisti, ha una storia di continui rialzi: nel 2015 il massimo era 40.000 euro, nel 2019 il tetto unico è arrivato a 65.000, nel 2023 a 85.000. Un percorso che per i critici crea un «effetto scalino» e scoraggia la crescita dimensionale, perché chi supera il limite perde in un colpo solo un'imposta molto vantaggiosa.

Per chi deve decidere, il consiglio pratico è non ragionare solo sull'aliquota. Contano la struttura dei costi, la clientela e le prospettive di crescita: nel forfettario i costi non sono deducibili e, sopra gli 85.000 euro, si aggiungono gli adempimenti Iva. Il testo dovrà passare dal Parlamento, e il confronto politico potrebbe ancora modificare numeri e soglie.

Redazione