Negli ultimi mesi i mercati emergenti hanno ricominciato ad attirare l’attenzione degli investitori globali. Alcuni indici hanno messo a segno rimbalzi significativi, diverse valute si sono stabilizzate e i flussi di capitale, dopo una lunga fase di uscita, mostrano timidi segnali di rientro. Ma siamo davvero di fronte a un nuovo ciclo rialzista, oppure a un classico rimbalzo tecnico destinato a esaurirsi?
La domanda è tutt’altro che banale. Storicamente, i mercati emergenti performano bene quando tre condizioni si allineano: dollaro debole, tassi globali in discesa e stabilità geopolitica. Oggi, però, questo quadro è solo parzialmente soddisfatto. I tassi restano elevati, il dollaro è volatile e il rischio geopolitico è tutt’altro che scomparso. E allora perché gli investitori stanno tornando a guardare agli EM?
Una prima risposta sta nelle valutazioni. Dopo anni di sottoperformance rispetto ai mercati sviluppati, molte borse emergenti trattano ancora a multipli inferiori rispetto alle medie storiche e, soprattutto, rispetto agli Stati Uniti. Questo ha riacceso l’interesse di chi cerca valore e diversificazione. Ma valutazioni basse non significano automaticamente opportunità: spesso riflettono rischi reali, non ancora risolti.
Un secondo fattore è il repricing del rischio politico. In diversi Paesi emergenti, anche piccoli segnali di cambiamento istituzionale o di stabilizzazione vengono immediatamente prezzati dai mercati. È qui che nascono i movimenti più violenti: rally rapidi, guidati più dalla riduzione dell’incertezza che da un miglioramento concreto dei fondamentali economici. Ma quanto sono sostenibili questi movimenti? La storia insegna che, senza riforme strutturali e crescita reale, questi rally tendono a sgonfiarsi rapidamente.
C’è poi il tema della composizione dei mercati emergenti. Spesso vengono trattati come un blocco unico, ma al loro interno convivono realtà molto diverse: economie esportatrici di materie prime, Paesi fortemente indebitati in valuta estera, nazioni con surplus commerciali e altre cronicamente dipendenti dai capitali esteri. Ha davvero senso parlare di “mercati emergenti” al singolare?
Un altro elemento chiave è la liquidità. Nei mercati emergenti, i flussi contano più dei fondamentali nel breve periodo. Quando i capitali entrano, i prezzi salgono velocemente; quando escono, la discesa è altrettanto rapida. Questo rende il timing cruciale e aumenta il rischio per chi entra seguendo l’entusiasmo, anziché l’analisi.
Alla fine, la vera domanda non è se i mercati emergenti saliranno o scenderanno, ma perché dovrebbero farlo. È un rimbalzo tecnico dopo eccessi di pessimismo? O l’inizio di una fase in cui crescita, riforme e stabilità si rafforzano davvero? Senza risposte chiare su questi punti, il rischio è di confondere un’opportunità selettiva con una trappola ben mascherata.
Per gli investitori, la prudenza resta fondamentale. Nei mercati emergenti non vince chi arriva per primo, ma chi distingue tra rumore, repricing del rischio e cambiamento strutturale. E non è mai una distinzione semplice.


Paolo D'Ascenzi



