News | 31 ottobre 2026, 14:30

Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo: altiforni da spegnere

Respinti tutti i ricorsi di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria: a rischio la vendita e l’indotto di Genova, Novi Ligure e Racconigi

Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo: altiforni da spegnere

La Corte di Cassazione ha messo la parola fine, almeno sul piano giudiziario, alla partita dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Le Sezioni Unite hanno depositato il 29 ottobre la sentenza con cui vengono respinti tutti i ricorsi, sia di Acciaierie d’Italia sia di Ilva in amministrazione straordinaria, contro lo stop deciso dai giudici di Milano. Si tratta dell’ultimo grado di giudizio: resta dunque valida la pronuncia della Corte d’appello milanese, che a luglio aveva disposto la chiusura degli impianti più inquinanti.

Nelle motivazioni i giudici spiegano che la valutazione sui pericoli «gravi e rilevanti» che impongono la sospensione si fonda sul principio di precauzione, senza violare quello di proporzionalità. La Corte richiama inoltre la direttiva europea 2024/2881 sulla qualità dell’aria, che fissa parametri ancora più severi per le polveri sottili Pm10 e Pm2,5. L’area a caldo è la più inquinante dello stabilimento.

Sul piano operativo, la decisione impone di spegnere gli altiforni e di cessare la produzione a caldo. Dei quattro altiforni ne era rimasto attivo solo uno, mantenuto in pre-riscaldo grazie a un decreto del governo che consentiva ai commissari di conservare gli impianti in quella condizione fino alla pronuncia della Cassazione e comunque non oltre il 15 dicembre 2026. Spetta ora ai commissari definire passaggi tecnici e tempi dello spegnimento.

Le conseguenze si estendono oltre la Puglia. Il gruppo conta quasi 10mila dipendenti e ha stabilimenti a Cornigliano (Genova), Novi Ligure e Racconigi, che dipendono dalla produzione di Taranto. A Novi Ligure la Fiom-Cgil di Alessandria indica la cassa integrazione per tutti dalla metà di novembre a febbraio, festività comprese. A Genova, secondo la Fim Cisl, dall’incontro a Palazzo Chigi sarebbe emerso l’impegno a far arrivare ogni mese, da gennaio, 35mila tonnellate di rotoli d’acciaio, ma l’intesa non è ancora formalizzata. In attesa di materiale, l’attività prosegue con le scorte nei magazzini, che i sindacati stimano possano durare ancora poche settimane.

Resta aperto il tema della vendita. Ad agosto un gruppo di imprese italiane si era detto pronto a rilevare l’azienda senza l’area a caldo, ma della trattativa non si è saputo più nulla, e la sentenza rende di fatto impossibile l’operazione. I commissari sembrano intenzionati ad acquistare materie prime all’estero per tenere in marcia gli altri siti.

Per le imprese dell’indotto e per le partite Iva che lavorano con il siderurgico, il rischio principale è un calo improvviso delle commesse e ritardi nei pagamenti: conviene monitorare con attenzione i crediti verso il gruppo e le comunicazioni dei commissari nelle prossime settimane.

Redazione