Roma. Non solo numeri, per quanto importanti. E nemmeno solo quote rosa o pari opportunità. Ciò che è emerso dal convegno promosso da Dominae al Senato è una tesi chiara: la leadership femminile non è un tema di genere, ma un fattore strategico per l’internazionalizzazione del Made in Italy. A sostenerlo, nei giorni scorsi nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, sono state istituzioni, imprenditrici e rappresentanti di Camere di commercio, riunite attorno a un dato di partenza inequivocabile.
In Italia, le imprese guidate da donne sono oltre 1,3 milioni, pari al 22% del totale nazionale. E le società di capitali rosa sono cresciute del 45% dal 2014. Numeri che raccontano una trasformazione silenziosa ma profonda, concentrata nei settori chiave del tricolore: moda, agroalimentare, design e sostenibilità. «Le donne quando raccontano sé stesse, le loro imprese e l’Italia – ha aperto i lavori il senatore Marco Scurria – generano valore reale fatto di fiducia, relazioni e visione. La crescita della nostra Nazione passa anche da qui, dalla piena realizzazione femminile nel lavoro. Non è solo equità, è competitività, innovazione, futuro».
Il nodo, però, è come trasformare questa energia in presenza stabile sui mercati esteri. Secondo Tiziana Pompei, vicesegretario generale di Unioncamere, la base delle imprese esportatrici è ancora troppo ristretta. Servono più conoscenza, dati, competenze e percorsi formativi. E uno strumento concreto, ha aggiunto, può essere la certificazione della parità di genere, che rende le aziende più credibili e attrattive all’estero.
La risposta, secondo l’associazione Dominae, si chiama rete. «In un mondo che alza muri – ha spiegato Fabiana Romano, presidente e fondatrice – costruiamo ponti umani e alleanze fondate sulla fiducia, accompagnando le imprese nei mercati internazionali con strumenti, relazioni e competenze». Una rete agile e operativa, nata da imprenditrici per imprenditrici, che punta a trasformare la resilienza in vantaggio competitivo.
Sul fronte operativo, l’avvocato Manuela Traldi, presidente della Camera di Commercio Italo-Azerbaigiana, ha sottolineato il valore dei mercati emergenti, mentre Romina Nicoletti, presidente di Italian Delegation Made in Italy, ha proposto modelli flessibili come il temporary export management. A completare il quadro, la testimonianza internazionale dell’ambasciatrice della Serbia, Mirjana Jeremic, che ha raccontato l’ascesa della leadership femminile nel suo Paese come leva di sviluppo economico.
Non sono mancate le voci dirette dell’imprenditoria. Alessia Antinori (Marchesi Antinori) ha portato l’esempio di un modello che unisce radici e apertura globale; Benedetta Bruzziches ha lanciato un appello a sostenere le piccole manifatture; Monica Zoli ha richiamato il valore del capitale umano; Valentina Tepedino ha chiesto più attenzione per la filiera ittica, dove il contributo femminile resta poco visibile; Rossella Spatola, infine, ha puntato il faro su formazione e cultura del prodotto, per spostare la competizione dal prezzo al valore.
Il messaggio finale, uscito dal dibattito, è un invito a guardare all’internazionalizzazione non come a una sommatoria di accordi commerciali, ma come a un ecosistema di relazioni. E in questo ecosistema, la leadership femminile – fatta di ascolto, visione di lungo periodo e capacità di tessere alleanze – si candida a essere non un’opzione, ma una leva strategica per il futuro del Made in Italy nel mondo.


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