Cgil lancia un allarme sull’effetto delle norme previdenziali della legge di Bilancio 2026: l’aumento graduale dei requisiti per accedere alla pensione – legato all’adeguamento alla speranza di vita – rischia di creare una platea di nuovi esodati, con riflessi economici che vanno oltre il mondo del lavoro dipendente e coinvolgono anche partite IVA e PMI. I numeri elaborati dal sindacato indicano che circa 55.000 lavoratori con accordi di uscita anticipata tramite isopensione, contratti di espansione o fondi di solidarietà potrebbero trovarsi senza reddito e senza contribuzione previdenziale nei prossimi anni con questo quadro normativo.
Requisiti pensionistici in aumento
Secondo l’analisi dell’Osservatorio Previdenza della Cgil, le modifiche normative comportano un aumento dei requisiti per la pensione di vecchiaia: +1 mese dal 2027, +2 mesi nel 2028 e un incremento stimato di ulteriori 3 mesi dal 2029, portando l’età di vecchiaia prevista a 67 anni e 6 mesi. Questi incrementi sono già incorporati negli accordi siglati fino al 31 dicembre 2025, quando non erano previsti aumenti né per il 2027 né per il 2028, e la stima per il 2029 era più contenuta.
Per le PMI, che spesso utilizzano strumenti come l’isopensione e i fondi di solidarietà per ristrutturazioni o processi di turn-over, questi adeguamenti rappresentano un’incognita: maggiori periodi di contribuzione possono tradursi in maggiori costi aziendali e incertezza nella pianificazione delle uscite e delle entrate, soprattutto per imprese con bassa marginalità e vincoli di liquidità.
Partite IVA, autonomi e sostenibilità previdenziale
Le partite IVA e i lavoratori autonomi, pur non rientrando direttamente nelle stime degli esodati «standard», affrontano criticità analoghe legate alla sostenibilità contributiva e alla certezza del reddito futuro. Un’analisi della NIdiL CGIL evidenzia come oltre mezzo milione di partite IVA e collaboratori siano in una situazione di “emergenza reddito e pensione”, con compensi medi insufficienti e prospettive di pensione ridotte. Secondo i dati, per molti autonomi con bassi redditi la pensione minima potrebbe essere raggiunta solo dopo 30 anni di contributi, portando a trattamenti previdenziali estremamente bassi.
Nel contesto demografico e previdenziale italiano – con spesa pensionistica tra le più elevate in rapporto al Pil tra i paesi OCSE – adeguamento automatico dei requisiti, bassi redditi contributivi e incertezza normativa accentuano la fragilità economica delle microimprese e dei liberi professionisti. La pianificazione finanziaria diventa così più complessa, a causa dei rischi di vuoti contributivi e della necessità di prolungare l’attività lavorativa oltre le aspettative.


Mario Gentile



