Il governo delle imprese italiane racconta un Paese complesso, fatto di luci e ombre, di tradizioni che resistono e di segnali di cambiamento che arrivano dai luoghi più inattesi. A fotografare il sistema è la prima rilevazione dell'Osservatorio sulla Governance di CUOA Business School, realizzata in collaborazione con Adacta Advisory su un campione di 20.387 aziende con ricavi superiori a 20 milioni di euro. Il quadro che emerge è quello di un capitalismo ancora saldamente nelle mani delle generazioni mature, dove donne e giovani faticano ad affermarsi, ma con alcune sorprese che ridisegnano la geografia dell'inclusione nel nostro Paese.
I dati parlano chiaro. Nei Consigli di Amministrazione delle aziende italiane, le donne rappresentano in media appena il 19% dei componenti. Un dato che scende drasticamente al 13% nelle imprese guidate da un amministratore unico. Ancora più eloquente è il numero delle aziende con CdA monogenere: il 48% dei board è composto esclusivamente da uomini. Sul fronte generazionale, la situazione non è migliore. L'età media dei consiglieri si attesta a 57 anni, mentre per gli amministratori unici sale a 59. Millennial e Gen Z rappresentano solo il 15% dei componenti dei CdA e appena il 12% degli amministratori unici. Un sistema, quello italiano, che fatica a ringiovanire e a diventare più inclusivo.
Ma il dato più sorprendente arriva dall'analisi territoriale. Contro ogni stereotipo, sono proprio alcune regioni del Mezzogiorno a guidare la classifica dell'inclusione. Il Molise si aggiudica il primato per presenza femminile nei CdA, con il 22,6% di donne, e raggiunge il 25% nel ruolo di amministratore unico. Sul fronte giovanile, Sicilia, Calabria e Campania fanno registrare le più alte concentrazioni di under 45 nei board aziendali, rispettivamente con il 19,2%, il 19,1% e il 19,0%. Numeri che superano molte regioni del Nord, tradizionalmente considerate più avanzate sul fronte della modernizzazione imprenditoriale.
Le aziende a conduzione familiare rappresentano il 65% del campione analizzato, confermandosi il cuore pulsante del capitalismo italiano. E i numeri ne certificano la solidità: un CAGR dei ricavi del 13% e una marginalità EBIT del 6,6%. Ma è nella composizione generazionale dei loro Consigli di Amministrazione che emerge la vera novità. «Nelle imprese familiari si muove qualcosa di nuovo e interessante», spiega Shemuel Lampronti, professore dell'Università di Padova e del CUOA che ha curato la ricerca con Diego Campagnolo. «La proporzione di Millennial nei consigli è simile a quella di imprese con altri assetti proprietari. Ma il family business è l'unico segmento in cui la fascia 45-60 anni non è maggioritaria in consiglio. È come se la Gen X si trovasse schiacciata tra Baby Boomer e Millennial. Sembra che i genitori preferiscano avere più nipoti e meno figli e figlie nella governance». Una dinamica che apre scenari inediti sul ricambio generazionale e sul ruolo della generazione intermedia nei luoghi formali del potere decisionale.
Il 79% delle imprese analizzate adotta una governance collegiale, con CdA composti mediamente da 4 membri, mentre il restante 21% opta per l'amministratore unico. La ricerca evidenzia come le aziende con governance collegiale siano mediamente più grandi e presentino profili economico-finanziari migliori. Un dato che suggerisce come la collegialità non sia solo una scelta formale, ma un indicatore di maggiore strutturazione e qualità dei processi decisionali.
La presentazione della ricerca segna il debutto del nuovo Corporate Governance Center di CUOA Business School, uno spazio permanente di ricerca e confronto per approfondire le sfide della governance imprenditoriale italiana. «Le imprese familiari si confermano una componente estremamente dinamica del nostro sistema produttivo», commenta Federico Visentin, Presidente di CUOA. «Per sostenere questa vitalità, l'evoluzione verso una governance collegiale diventa un passaggio fondamentale. Aprire i Consigli di Amministrazione non deve essere vissuto come una perdita di controllo, ma come una straordinaria ricchezza strategica per rafforzare i processi decisionali». Un messaggio che guarda al futuro, in cui la qualità della governance diventa leva competitiva per un sistema imprenditoriale che deve fare i conti con la sfida dell'innovazione e del ricambio.


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