Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sta attraversando uno snodo cruciale per il tessuto aziendale italiano, chiudendo una fase di straordinaria iniezione di liquidità. Nel biennio 2025-2026, la spesa legata al Pnrr, tra investimenti e trasferimenti, ha raggiunto un volume lordo stimato tra i 35 e i 45 miliardi di euro all'anno, pari a circa l'1,5-2% del Pil nazionale. Tuttavia, una quota rilevante degli interventi originariamente programmati non si concluderà nei tempi previsti. Per effetto di rimodulazioni e ritardi attuativi, risorse stimabili in una forchetta prudente tra i 20 e i 30 miliardi di euro slitteranno oltre il termine formale del 2026. Come evidenziato dal Centro studi di Unimpresa, questi interventi non andranno perduti, ma non produrranno nell'immediato l'impatto economico previsto originariamente per l'ultimo anno del programma. Questo slittamento delinea un nuovo scenario per le imprese, che vedono allungarsi i tempi di realizzazione dei cantieri e dei contratti in essere, scongiurando però un blocco improvviso.
Dove sono stati spesi
L'impatto di questi fondi si è riversato in modo capillare sulla domanda pubblica e privata, sostenendo in particolare i cantieri, i contratti di fornitura e gli stati di avanzamento lavori delle filiere produttive e degli enti locali. La spesa si è concentrata su investimenti, trasferimenti in conto capitale e misure correnti mirate a modernizzare il Paese, con un'attenzione strategica verso le filiere ad alta intensità tecnologica e il sostegno diretto alla capitalizzazione delle imprese. Anche se una quota di 20-30 miliardi verrà dilazionata per garantire la continuità operativa, per il sistema azienda è fondamentale salvaguardare l'effetto netto sull'economia e mantenere alta la velocità di messa a terra dei progetti. Il flusso di risorse verso il sistema produttivo non si azzererà infatti improvvisamente, ma si ridurrà gradualmente, richiedendo alle aziende di riprogrammare gli investimenti in un contesto di minore prevedibilità e senza la cornice vincolante di scadenze, milestone e obiettivi europei.
Gli effetti e la scadenza
L'effetto macroeconomico più rilevante per le aziende è il superamento del rischio di una brusca interruzione della spesa pubblica a fine 2026, ammortizzata proprio dal trascinamento dei 20-30 miliardi in slittamento. Tuttavia, il venir meno della spinta europea lascerà un vuoto di crescita per le imprese stimato tra lo 0,6 e lo 0,8% del Pil annuo. Per neutralizzare questo rallentamento strutturale, Unimpresa stima la necessità vitale di un pacchetto nazionale di misure sostitutive da circa 15 miliardi di euro all'anno (pari a poco meno dello 0,7% del Pil). La transizione post-scadenza dovrà essere governata introducendo un sistema stabile e non episodico di agevolazioni fiscali mirate agli investimenti privati. Condividendo la proposta del presidente dell'Abi, Unimpresa suggerisce una fiscalità moderatamente incentivante per strumenti a medio-lungo termine, come le obbligazioni bancarie o corporate. L'obiettivo è mobilitare a favore delle imprese una parte dei 1.500 miliardi di euro di liquidità privata attualmente inerte sui conti correnti, garantendo stabilità allo sviluppo economico.


Patrick Chiavuzzo



