SANT'ARCANGELO - Seimila capi conferiti in nove mesi, una rete di 17 centri di raccolta, la produzione e commercializzazione di prodotti trasformati a marchio lucano e un esercito di cacciatori formati che si prepara a superare quota 1.800 unità. Sono i numeri che raccontano il primo anno di vita della filiera regionale del cinghiale in Basilicata, un progetto che sta trasformando un'emergenza ambientale e sanitaria in un volano economico per i territori.
L'occasione per fare il punto è stato l'avvio del corso di abilitazione al controllo della specie con specifica formazione in materia di biosicurezza, che si svolge a San Brancato di Sant'Arcangelo, organizzato dall'Ufficio Politiche Ittiche Venatorie in collaborazione con l'ATC n. 3. All'evento ha partecipato l'assessore regionale alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Carmine Cicala, che ha sottolineato la portata strategica dell'iniziativa.
"Trasformare un problema in opportunità significa assumersi una responsabilità verso l'intera comunità regionale – ha dichiarato Cicala –. Il progetto filiera cinghiale sta dimostrando che la Basilicata può governare un'emergenza ambientale e trasformarla in lavoro, sviluppo e sostenibilità".
Il cuore del sistema sono i cacciatori, definiti dall'assessore "il primo pilastro della filiera regionale". Su circa 5.350 cacciatori residenti autorizzati per la stagione venatoria in corso, sono già 1.700 gli operatori formati al controllo della specie durante l'intero anno. Il corso odierno, che coinvolge circa 150 partecipanti provenienti da tutta la Basilicata, amplierà ulteriormente questa platea, con l'obiettivo di consentire a tutti coloro che lo desiderano di contribuire attivamente alla gestione sostenibile della fauna selvatica.
" senza il contributo responsabile dei cacciatori – ha proseguito Cicala – non sarebbe possibile strutturare un sistema che oggi non si limita al contenimento, ma genera valore economico e tutela ambientale".
Al 31 gennaio 2026, i capi conferiti in filiera sono circa 6mila, provenienti dall'intero territorio lucano. Un dato destinato a crescere ulteriormente grazie al superamento, nello scorso mese di dicembre, delle principali restrizioni legate alla Peste Suina Africana in diverse aree della regione. L'estensione della possibilità di intervento sull'intero territorio rappresenta un ulteriore elemento di rafforzamento del progetto.
La filiera, che comprende l'abbattimento, la raccolta nei 17 centri attivi, il trasporto, la lavorazione e la trasformazione delle carni presso il centro di Tito, ha già avviato la produzione e commercializzazione di prodotti trasformati a marchio lucano, distribuiti anche in altre regioni italiane. Un modello organizzato che converte un'emergenza ambientale in opportunità economica per imprese, territori e aree interne.
Parallelamente, prosegue il lavoro di adeguamento normativo e tecnico con la predisposizione del Piano di controllo per l'installazione di sistemi di cattura nei centri urbani, che sarà sottoposto alla validazione dell'ISPRA, e con il servizio di gestione e trasporto delle carcasse derivanti da sinistri stradali, a tutela della sicurezza pubblica.
"Questo progetto – ha concluso Cicala – non riguarda solo il mondo agricolo o quello venatorio. Riguarda la sicurezza dei cittadini, la tutela delle produzioni agricole, l'equilibrio ambientale e nuove opportunità di reddito per le aree interne. A chiusura del primo anno di attività faremo un punto complessivo e lavoreremo alla definizione di un protocollo di intesa con i parchi regionali e nazionali, le associazioni di categoria e gli ATC, per consolidare e rendere strutturale questo modello".


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