Tra gli ultimi argomenti che hanno fatto dibattere nei paesi dell’Unione europea, sicuramente uno dei più importanti riguarda la direttiva che in questo articolo verrà identificata come “dignità”. Identifichiamo la Direttiva UE 2023/970 come un principio per aumentare e rafforzare la parità di retribuzione sancito dai trattati europei (articolo 157 TFUE), limitando le cause strutturali di divario retributivo nei settori lavorativi. Intenzionalmente vuole colmare anche la differenza di gender gap presente nei paesi, uniformando stipendi e concedendo maggiore dignità ad ogni lavoratore e lavoratrice. La normativa, che entrerà in vigore in tutti gli Stati membri entro giugno 2026, impone la trasparenza salariale come strumento cardine nelle assunzioni. Le aziende saranno obbligate a dover gestire delle assunzione neutre, comunicare i compensi medi per ruoli di pari valore e adottare criteri oggettivi per la definizione dei livelli salariali, eliminando disparità non adeguate ai ruoli di assunzione. La direttiva mira a sistemare le fastidiose situazioni di assunzioni non chiare da parte delle aziende, ma a tutela dei lavoratori. La funzione vedrà una ripartizione più equa dei congedi parentali e politiche di flessibilità, dato che le donne continuano a dedicare più ore al lavoro non retribuito rispetto agli uomini da sempre.
La situazione attuale nei vari Paesi i dati a confronto
Il panorama europeo risulta complesso e diversificato. Secondo gli ultimi dati ufficiali Eurostat (2023), il divario retributivo di genere nell'UE si attestava mediamente al 12%, ma con forti oscillazioni tra gli Stati membri. Si passa dal 19% della Lettonia al virtuoso -0,9% del Lussemburgo, unico Paese dove le lavoratrici guadagnano più dei colleghi uomini. Mentre grandi economie come la Germania (17,7%) e la Francia (13,9%) mostrano percentuali elevate, l'Italia registra un dato Eurostat tra i più bassi (4,3%), vicino alla Romania. Tuttavia, il Rendiconto annuale INPS mostra una situazione ben diversa nel nostro Paese, le donne ricevono stipendi inferiori di oltre il 20% rispetto agli uomini, con picchi del 32,1% nel settore finanziario-assicurativo e del 23,7% nel commercio.
Le conseguenze in Italia nuovi obblighi e diritti
Con il decreto legislativo di attuazione approvato nel febbraio 2026, l'Italia introduce cambiamenti sostanziali per conformarsi alla direttiva. I Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) diventano il parametro di riferimento per identificare i lavori di "pari valore". Scatta il divieto assoluto di chiedere ai candidati la retribuzione precedente (RAL) in fase di colloquio, e gli annunci dovranno indicare la fascia retributiva prevista. Le aziende con oltre 150 dipendenti dovranno rendicontare il gap salariale entro giugno 2027 (quelle sopra i 100 entro il 2031); se emergerà un divario superiore al 5% non giustificato, sarà obbligatoria una valutazione congiunta con i sindacati. Infine, i lavoratori acquisiscono il diritto di richiedere dati sui livelli retributivi medi dei pari grado, con l'azienda tenuta a rispondere entro due mesi. Ancora nulla su un salario minimo italiano oltre i CCNL, ma sicuramente una migliore tutela da parte della direttiva Europea consente una maggiore dignità per tutti cittadini del continente.


Patrick Chiavuzzo



