News | 23 luglio 2026, 14:32

Electrolux, il governo stanzia risorse ma USB attacca: "L'azienda accelera il disimpegno, servono garanzie subito"

Al tavolo del MIMIT il ministro Urso promette fondi straordinari, ma il sindacato denuncia la delocalizzazione già in atto verso Cina e Thailandia. «Non possiamo arrivare a settembre mentre Electrolux svuota l'Italia di produzioni e competenze».

Electrolux, il governo stanzia risorse ma USB attacca: "L'azienda accelera il disimpegno, servono garanzie subito"

Si è tenuto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il tavolo nazionale sulla crisi Electrolux. All'incontro, presieduto dal ministro Adolfo Urso, hanno preso parte i rappresentanti di tutte le Regioni coinvolte nella vertenza, i sindaci dei territori interessati e le organizzazioni sindacali. Al centro del confronto, il futuro degli stabilimenti italiani del gruppo svedese e il piano di riorganizzazione che prevede 1.700 esuberi.

Il ministro Urso ha aperto i lavori valorizzando il percorso dei tavoli tecnici che nelle scorse settimane hanno preparato la plenaria odierna. L'annuncio più significativo è arrivato proprio dal governo: la disponibilità a mettere in campo risorse straordinarie a sostegno del settore, a condizione che Electrolux presenti un piano industriale alternativo su cui allocare gli eventuali finanziamenti pubblici. Un'apertura che però si scontra con la posizione dell'azienda, ancora evasiva sulle reali intenzioni per il perimetro produttivo italiano.

Nel corso dell'incontro, il ministro ha anche sollevato il tema del peso della regolamentazione europea sulla competitività del comparto, citando in particolare il meccanismo del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism). Urso ha parlato di Bruxelles come "epicentro della crisi regolatoria" e ha richiamato il non-paper già consegnato alle istituzioni europee, che sarà discusso a settembre e che coinvolgerebbe anche Germania, Francia e Polonia. Una strategia che mira a ottenere un alleggerimento degli oneri normativi per l'industria del bianco, ma che rischia di consumare un tempo che il sindacato considera prezioso e, al tempo stesso, pericoloso.

La tensione è esplosa quando USB ha preso la parola. Il sindacato ha infatti contestato la sostanza dell'intervento di Electrolux, che ha ribadito i punti già emersi nei precedenti tavoli tecnici: contenimento del costo dell'energia, revisione dei regolamenti europei, interventi sull'organizzazione del lavoro e sulla produttività. Nessuna novità, nessun piano dettagliato, nessuna smentita rispetto allo scenario di ridimensionamento. E, soprattutto, nessuna risposta chiara sul futuro dello stabilimento di Cerreto d'Esi, già indicato come possibile candidato alla chiusura. Per USB, non è accettabile che si parli genericamente di "ricerca di alternative" senza una garanzia precisa di continuità industriale, occupazionale e produttiva.

La denuncia più dura del sindacato riguarda però ciò che sta già accadendo nei fatti, al di fuori dei tavoli istituzionali. Secondo quanto emerso dai confronti tecnici, Electrolux starebbe già procedendo con una delocalizzazione di volumi produttivi verso Cina, Thailandia e altri Paesi extra-europei. Questo significa che mentre governo, regioni e sindacati discutono di strumenti pubblici e regole europee, l'azienda continua a spostare produzioni fuori dall'Italia. Un movimento unilaterale che rischia di rendere vani gli sforzi per il rilancio.

Ancora più preoccupante, secondo USB, è l'azione di "handover" che riguarda le funzioni di staff e le competenze ad alto valore aggiunto. Il caso del datacenter di Pordenone è stato citato come emblematico: infrastrutture informatiche, competenze digitali e funzioni strategiche verrebbero progressivamente trasferite a personale allocato al di fuori dell'Unione Europea. Un processo di decentramento globale che svuota l'Italia non solo di volumi produttivi, ma anche di capacità tecnologica e know-how.

"Non possiamo accettare che il tempo necessario al confronto istituzionale diventi il tempo utile all'azienda per accelerare processi unilaterali di disimpegno", ha dichiarato USB al tavolo. Il sindacato ha posto una condizione chiara e netta: qualsiasi discussione su risorse straordinarie, strumenti pubblici e interventi su energia e regolamenti deve avere come presupposto la sospensione di esuberi, chiusure, delocalizzazioni e azioni unilaterali. "Le risorse pubbliche non possono accompagnare un piano di riduzione industriale, devono servire a mantenere produzione, lavoro, competenze e capacità tecnologica in Italia", è stato il monito.

Ma la critica non si è fermata alla contingenza. USB ha aperto un fronte più ampio, chiedendo che la transizione industriale venga governata anche dal punto di vista sociale. È stato richiesto un reddito di transizione, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e politiche industriali capaci di intervenire sugli impatti della digitalizzazione, dell'automazione e dell'intelligenza artificiale. "Non si può continuare a discutere di transizione solo dal punto di vista dei costi aziendali – ha sottolineato il sindacato –. La transizione deve essere governata anche dal punto di vista del lavoro, delle competenze, del reddito e della tutela sociale".

In chiusura del proprio intervento, USB ha rivolto una domanda diretta all'azienda, riecheggiando il clima di sfiducia che aleggia sulla vertenza: "In tutto questo, cosa ci mette Electrolux? Con quali investimenti contribuisce? Con quali nuovi prodotti? Con quale piano industriale reale? Con quali garanzie sui volumi, sugli stabilimenti, sulle competenze e sull'occupazione?". Domande che, ad oggi, restano senza risposta.

La prossima scadenza è fissata a settembre, quando a Bruxelles si discuterà del non-paper italiano. Ma per il sindacato, quel tempo non può diventare una clausola di stallo. La richiesta è chiara: ritiro del piano da 1.700 esuberi, salvaguardia di tutti gli stabilimenti, mantenimento dei volumi produttivi in Italia, garanzie sulle funzioni di staff e sulle competenze digitali. E un'alternativa reale a un piano che, secondo USB, sta già scrivendo la parola fine per l'industria del bianco italiana, pezzo dopo pezzo.

Redazione