ROMA – Le competenze tecniche non bastano più. A dirlo non è un filosofo, ma i numeri della ricerca “La trasformazione del lavoro” realizzata da Ipsos Doxa, presentata in anteprima all’Innovation Training Summit 2026, in programma il 26 e 27 marzo nella capitale. Un’analisi che fotografa un mondo del lavoro attraversato da tensioni profonde: tecnologiche, sociali, demografiche ed esistenziali.
Il quadro che emerge è quello di una ridefinizione epocale del patto tra lavoratori e imprese. La tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, divide nettamente: il 67% delle persone teme la perdita di posti di lavoro, ma al contempo il 64% intravede nuove opportunità occupazionali. Un’ambivalenza che riflette la complessità di una transizione destinata ad accelerare le disuguaglianze, con il rischio che fino alla metà dei lavoratori meno istruiti e appartenenti a minoranze possa essere sostituita dall’automazione.
“I dati della ricerca Ipsos parlano chiaro – spiega Kevin Giorgis, presidente di Ecosistema Formazione Italia – siamo di fronte a una ridefinizione profonda del patto tra lavoratori. In questo scenario, la formazione non può più essere un accessorio burocratico, ma deve diventare l’unico vero ponte per colmare il divario tra le paure dei lavoratori e le necessità di efficienza delle imprese. Dobbiamo superare i falsi miti generazionali e rimettere al centro le persone e il loro benessere”.
L’Italia, del resto, affronta una crisi demografica senza precedenti che incide direttamente sul mercato del lavoro. Il tasso di fertilità è tra i più bassi d’Europa, la popolazione in età lavorativa diminuisce e cresce l’età media degli occupati. I giovani lavoratori sono sempre meno, mentre aumentano gli over 50. Un trend che impone di ripensare modelli organizzativi e politiche attive in grado di valorizzare tutte le generazioni.
Ma le tensioni non riguardano solo i numeri. La ricerca Ipsos Doxa restituisce anche il ritratto di un malessere diffuso. Il livello di stress lavorativo è elevato a livello globale, e in Italia molti lavoratori descrivono il proprio impiego con aggettivi come “impegnativo”, “stressante” e “faticoso”. Si indeboliscono i legami emotivi con il lavoro: una quota significativa di persone si sente realizzata più nelle attività extra-lavorative e avverte un senso di vuoto o disconnessione dal prodotto finale.
Le principali paure? Sfruttamento, mancanza di tutele, perdita di tempo personale, discriminazione, sentirsi un numero. Al contrario, gli aspetti più ricercati sono sicurezza economica, equilibrio tra vita e lavoro, benessere psicofisico e riconoscimento del merito. Segnali che indicano un cambio di paradigma: non più “equilibrio” tra lavoro e vita privata, ma una vera e propria fusione tra le due sfere.
“Lo sviluppo di modelli ibridi e flessibili offre ai dipendenti un maggiore controllo su quando e dove lavorare – commenta Nicola Neri, amministratore delegato e country manager di Ipsos Doxa in Italia – ma genera al contempo nuove complessità: i lavoratori a distanza spesso si sentono sottovalutati, temono di essere trascurati e vivono una continua ansia da prestazione legata al bisogno di riconoscimento. Questo richiede un diverso livello di fiducia ed empatia tra datori di lavoro e dipendenti, insieme a una gestione del tempo e delle responsabilità completamente ripensata”.
Proprio per rispondere a queste sfide, l’Innovation Training Summit 2026 si propone come il luogo dove trasformare l’analisi in strategie concrete. L’evento, patrocinato da ben cinque ministeri e da istituzioni come Unioncamere, Regione Lazio e Comune di Roma, punta a progettare nuovi modelli di leadership e inclusione, capaci di guidare l’automazione senza lasciare indietro le categorie più fragili.
“Il futuro del lavoro – conclude Giorgis – appartiene a chi saprà formare non solo professionisti, ma persone capaci di governare il cambiamento con consapevolezza e umanità”.


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