Oggi, venerdì 30 ottobre, le banchine di mezzo mondo si fermano. Da Copenaghen a Melbourne, da Casablanca a San Francisco fino a Mumbai, i lavoratori dei porti incrociano le braccia per dire che non intendono lavorare per la guerra. L’iniziativa è promossa da oltre 25 organizzazioni sindacali e interessa 22 Paesi di cinque continenti, per un totale di 113 scali. In Italia sono coinvolti Ancona, Civitavecchia, Genova, Gioia Tauro, Carrara, Livorno, Bari, Ravenna e Trieste. La giornata coincide con lo sciopero generale proclamato nel nostro Paese da Usb.
La cornice politica è la Dichiarazione di Istanbul, firmata a maggio, ma le modalità di adesione sono state decise da ciascun sindacato. In Italia, Francia, India, Grecia e Turchia sono previsti scioperi di 24 ore, mentre in Marocco, a Cipro e in altri scali si parla di astensioni fino a due ore. Con i portuali sfileranno anche altri lavoratori, studenti e attivisti.
Secondo i promotori, la protesta dimostra che l’azione organizzata dei lavoratori può rallentare la macchina bellica, bloccando il transito di armi e attrezzature militari. Nella loro nota, la battaglia contro la militarizzazione di porti e infrastrutture è inseparabile da quella per i diritti della categoria. Per questo la piattaforma comprende anche richieste di lavoro: aumenti salariali, riduzione dell’orario, più tutele per salute e sicurezza e una strategia contro la perdita di posti causata dall’automazione.
Non è la prima volta. Il precedente risale al febbraio 2025, quando una mobilitazione internazionale aveva toccato 40 porti del Mediterraneo. A poco più di un anno e mezzo di distanza l’iniziativa assume dimensione globale. Eurof, l’ufficio europeo della Federazione sindacale mondiale (Wftu), invita i lavoratori a sostenere i portuali e a partecipare alle manifestazioni, e osserva che in vari Paesi la giornata si è allargata a una protesta più ampia contro le politiche di riarmo. I sindacati chiedono di destinare le risorse a istruzione, sanità, salari e pensioni anziché alla produzione e all’acquisto di armi.
Sullo sfondo restano i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente e il timore di un’ulteriore escalation. Nel documento i sindacati condannano quelli che definiscono nuovi crimini dello Stato israeliano a Hebron, in Palestina, e chiamano in causa il sostegno di Stati Uniti, Nato e Unione europea. Sono posizioni dei promotori.
L’appello finale è rivolto ai lavoratori e ai giovani di ogni Paese, perché sostengano le iniziative del 30 ottobre. La richiesta con cui si chiude la dichiarazione è chiara: porti di pace e al servizio dei popoli, non basi per la guerra.




