Una sentenza annullata per omissis generati da un chatbot a Palermo, un’altra con gli stessi vizi a Treviso. Così il Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria ha aperto un’istruttoria, il Tribunale di Siracusa ha sanzionato gli avvocati per colpa grave (dopo che avevano citato precedenti inesistenti prodotti dall’intelligenza artificiale) e il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, ha fissato un limite netto: nessun avviso di accertamento potrà essere elaborato da un algoritmo. Per l’Osservatorio Nazionale Imprese e Fisco, però, la risposta giusta non è chiudere la porta. È blindare la soglia.
“Gli episodi di Palermo, Treviso e Siracusa non dimostrano che l’intelligenza artificiale sia uno strumento pericoloso - dichiara Carlo Carmine, presidente dell’Osservatorio Nazionale Imprese e Fisco - dimostrano che usarla secondo una prassi non strutturata produce errori grossolani. La soluzione non è vietarla, è usarla bene”. Il nodo, secondo l’Osservatorio, sta tutto nell’approccio: affidare a un chatbot la redazione di sentenze o la citazione di precedenti è un errore metodologico. L’IA generativa è disegnata per produrre testo plausibile, non per applicare il diritto con rigore logico-formale. Confondere i due piani è la radice di tutti i guasti fin qui registrati.
L’Osservatorio indica una strada inedita. Spetta alla Cassazione a Sezioni Unite blindare i principi di diritto e alimentare una banca dati ufficiale, aggiornata e vincolante. “Oggi accade che su casi identici si producano mille sentenze diverse, a seconda della sezione assegnata, del giudice di turno, del giorno in cui cade l’udienza - sottolinea Carmine - questo è arbitrio. Un’IA deterministica, vincolata all’orientamento supremo delle Sezioni Unite, azzera questa variabile e restituisce certezza. A parità di presupposti – ha aggiunto - la risposta è identica, fissa, prevedibile, per il contribuente, per l’impresa, per il professionista”.
Secondo l’Osservatorio l’intelligenza artificiale non va vissuta come una minaccia all’autonomia professionale, ma come la naturale evoluzione degli strumenti del diritto. “L’adozione dell’IA è l’evoluzione naturale degli strumenti delle professioni legali - osserva il presidente - e deve essere utilizzata in modo simmetrico, dai giudici e dagli avvocati. Chi la usa oggi in modo scorretto non dimostra che lo strumento è sbagliato, ma che manca ancora una formazione adeguata e un quadro normativo che ne disciplini l’uso corretto”.
Un algoritmo non può essere citato in giudizio, “mentre un magistrato o un funzionario sì”, ribadisce Carmine. “Il controllo finale, la validazione e la firma della decisione spettano tassativamente all’essere umano: è un principio che l’Osservatorio considera un caposaldo di civiltà giuridica, non negoziabile”.




