News - 19 ottobre 2026, 14:30

Vino italiano negli Stati Uniti, export in calo del 14%: fatturare in euro non basta a proteggersi dal cambio

Nel primo semestre 2026 le vendite verso il primo mercato del vino italiano scendono a 849 milioni e il prezzo medio cala del 7,8%. Ebury: il rischio valutario dell’importatore può diventare un rischio commerciale per il produttore

Vino italiano negli Stati Uniti, export in calo del 14%: fatturare in euro non basta a proteggersi dal cambio

Per le cantine italiane, anche le più piccole, il mercato americano è sempre stato una porta d’accesso decisiva. Oggi però quella porta si sta restringendo. Secondo l’Osservatorio di Unione Italiana Vini su dati Istat, nel primo semestre 2026 l’export di vino italiano ha superato i 3,6 miliardi di euro, ma con un calo del 6,2% a valore e del 4% a volume. La flessione ha colpito nove dei primi dieci mercati e in particolare gli Stati Uniti, dove le vendite sono scese del 14,1%, a 849 milioni di euro.

A preoccupare non sono solo i volumi. Il prezzo medio del vino esportato è sceso del 2,3% in generale e del 7,8% negli Stati Uniti: segno che, tra domanda debole e costi di accesso più alti, una parte dell’aggiustamento la stanno pagando i produttori, con listini più bassi.

Il quadro americano è quello di un mercato che compra meno. Secondo il BMO Wine Market Report, nel 2025 la spesa dei consumatori per il vino ha superato i 115 miliardi di dollari (+3%), ma i volumi hanno continuato a calare. Le spedizioni dirette delle cantine ai consumatori sono diminuite del 15%. Anche la California è in difficoltà: nel 2025 la vendemmia si è ridotta del 6,1% e quella delle uve rosse dell’11,1%. I dazi, quindi, non regalano automaticamente un vantaggio ai produttori americani, che si muovono nello stesso contesto di consumi deboli.

A complicare il quadro c’è il cambio. Tra il 2025 e il 2026 l’euro si è rafforzato sul dollaro, rendendo più cari i prodotti europei. Molte aziende pensano di essere al riparo fatturando in euro, ma secondo Marta Bonati, Country Director di Ebury Italia, si tratta di una protezione solo parziale. Chi fattura in euro sa quanto incasserà, ma sposta il rischio sull’importatore americano, che compra in euro e vende in dollari. Se il dollaro si indebolisce, l’importatore paga di più per la stessa bottiglia e può ridurre il proprio margine, alzare il prezzo finale o chiedere uno sconto al produttore.

È qui che il rischio valutario diventa rischio commerciale: richieste di ribasso, ordini più piccoli, listini da rivedere. La valuta della fattura, in sostanza, stabilisce chi è formalmente esposto, ma non chi alla fine ne sostiene il costo.

Per le piccole cantine e le partite IVA del settore agroalimentare che esportano, la lezione è concreta: il cambio va considerato già quando si fissano i prezzi di listino e si negoziano i contratti, valutando con banca o consulente gli strumenti di copertura disponibili. Monitorare per tempo dazi, valute e domanda diventa parte della strategia di crescita all’estero.

Redazione

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