ROMA – "La competitività non si costruisce pagando meno le persone, soprattutto i giovani, e la crescita delle imprese va premiata e non aggirata". Parte da questa premessa la presa di posizione di Confindustria contro il tentativo di riforma della disciplina dell'artigianato, tornato di attualità nelle ultime settimane. A esprimerla è Francesco Somma, Vice Presidente di Confindustria per la Cultura di Impresa e la Certezza del Diritto, che non usa mezzi termini: "Ha ripreso vigore il tentativo di fare una riforma sbagliata e pericolosa, confondendo l'artigiano e la piccola impresa. Non mettiamo in discussione il valore dell'artigianato, che rappresenta una parte fondamentale del tessuto produttivo italiano. Il punto è un altro: non possiamo creare una zona grigia in cui un'impresa è industriale quando compete sui mercati e diventa artigiana quando deve sostenere costi e obblighi".
Secondo il vicepresidente, l'allargamento indiscriminato del perimetro delle imprese artigiane fino a ricomprendere aziende ormai strutturate rischia di produrre "effetti profondamente distorsivi sul lavoro, sulla finanza pubblica e sul mercato". Pur riconoscendo che ammodernare la disciplina dell'artigianato sia legittimo, Confindustria mette in guardia da riforme che, a suo avviso, sprecano soldi pubblici, mettono a rischio soprattutto i giovani e minano le basi della rappresentanza buona per cui tutti, datoriali e sindacati, si stanno battendo lavorando insieme anche con lo stesso governo.
Il primo fronte critico è quello della finanza pubblica. L'estensione a una platea molto più ampia di imprese manifatturiere dei trattamenti e delle agevolazioni collegati al sistema artigiano avrebbe un costo che, secondo Confindustria, deve essere quantificato con assoluta trasparenza. "Secondo le nostre valutazioni, nello scenario più esteso l'impatto annuo sulla finanza pubblica potrebbe superare addirittura un miliardo di euro, derivante da minori entrate INPS di oltre 800 milioni e IRPEF tra i 250 e i 400 milioni", spiega Somma.
C'è poi un rischio che riguarda direttamente i lavoratori. "Secondo le nostre analisi, tra 1,3 e 1,8 milioni di persone potrebbero andare incontro a un possibile cambio di contratto collettivo applicato. Tra alcuni contratti industriali e quelli dell'artigianato possono esistere differenze significative, sia nel trattamento contributivo sia nella durata degli ammortizzatori sociali", avverte il vicepresidente. Da qui l'affondo: "Non possiamo accettare che una riforma nata per sostenere l'impresa diventi, anche indirettamente, uno strumento per comprimere salari, tutele e qualità del lavoro. La competitività non si costruisce pagando le persone sino al 34 per cento in meno, ma aumentando produttività, innovazione, investimenti, dimensione e capacità di stare sui mercati".
Sul tavolo c'è infine un tema di concorrenza. Due aziende con la stessa struttura produttiva e un numero analogo di dipendenti potrebbero presentarsi alla stessa gara o competere sullo stesso mercato partendo da costi profondamente differenti. "Non sarebbe semplificazione, bensì una distorsione del mercato. Sarebbe un messaggio sbagliato anche per le Pmi che vogliono crescere. Lo Stato deve accompagnarle verso maggiori dimensione, patrimonializzazione e produttività, non creare incentivi a restare artificialmente dentro un regime più favorevole", osserva Somma. La conclusione è netta: "Per questo siamo assolutamente contrari ad interventi arraffazzonati che vanno contro gli obiettivi di crescita sociale ed economica del nostro Paese".




