News - 22 settembre 2026, 18:00

ESG e catena del valore: le nuove regole che cambiano i rapporti tra imprese

Il nuovo standard volontario europeo introduce il Value Chain Cap: dal 2027 le grandi imprese non potranno imporre ai fornitori richieste ESG eccedenti i limiti fissati dalla Commissione. Una svolta attesa da Pmi e microimprese.

ESG e catena del valore: le nuove regole che cambiano i rapporti tra imprese

Negli ultimi anni, la crescita progressiva degli obblighi di rendicontazione di sostenibilità ha generato un effetto a cascata lungo le catene del valore europee. Le grandi imprese soggette alla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) hanno iniziato a trasferire le proprie esigenze informative ai fornitori, spesso senza alcun coordinamento né proporzione rispetto alle effettive capacità strutturali di questi ultimi. Il risultato è stato un proliferare di questionari ESG differenti, sovrapposti e non armonizzati, che ha messo sotto pressione soprattutto le Pmi e le microimprese.

Questo fenomeno, noto come trickle-down effect, ha prodotto costi amministrativi sproporzionati rispetto alle dimensioni aziendali, distogliendo risorse da attività produttive e rallentando i processi di approvvigionamento. Per molte piccole imprese, rispondere alle richieste dei committenti in materia ambientale, sociale e di governance è diventato di fatto un requisito implicito di accesso al mercato, pur in assenza di qualsiasi obbligo normativo diretto.

La Commissione europea ha risposto a questa situazione con la pubblicazione di un nuovo standard volontario di rendicontazione di sostenibilità, pensato specificamente per le imprese con non più di mille dipendenti, escluse dall'ambito di applicazione obbligatorio della CSRD. Il provvedimento introduce due elementi di assoluta novità.

Il primo e più rilevante è il Value Chain Cap: a partire dal 2027, le grandi imprese soggette alla CSRD non potranno richiedere ai propri fornitori non obbligati alla direttiva informazioni ESG superiori a quelle previste dal nuovo standard volontario. Si tratta di un tetto massimo alle richieste, che diventa uno strumento di tutela concreta per l'intera catena di fornitura.

Le imprese interessate avranno inoltre il diritto esplicito di rifiutare richieste che eccedano tale limite. Qualora le grandi aziende decidano comunque di richiedere informazioni aggiuntive, saranno tenute a informare espressamente i fornitori del loro diritto a non fornirle. Resta naturalmente possibile lo scambio volontario di ulteriori dati, così come la trasmissione di informazioni derivanti da specifici obblighi contrattuali o normativi.

Lo standard volontario è articolato su due livelli distinti, calibrati sulle diverse esigenze degli stakeholder. Il Basic module rappresenta il nucleo minimo del sistema ed è concepito in particolare per le microimprese. Include le informazioni ESG essenziali e costituisce il riferimento del Value Chain Cap: nessuna grande impresa potrà pretendere dai propri fornitori più di quanto previsto da questo modulo.

Il Comprehensive module aggiunge invece informazioni ESG più avanzate ed è pensato per rispondere alle esigenze di banche, investitori e clienti corporate. Pur mantenendo formalmente carattere volontario, questo secondo livello è destinato ad assumere un peso crescente nei rapporti di filiera e nell'accesso al credito: include molti dei dati utilizzati dal mercato finanziario per valutare il profilo di rischio ESG di fornitori e controparti commerciali, rendendo di fatto la sua adozione strategicamente rilevante anche per le imprese di dimensioni medie.

Particolare attenzione è stata riservata alle microimprese, ovvero quelle con non più di 10 dipendenti. Per questa categoria, alcune disclosure ambientali ritenute tecnicamente complesse o particolarmente onerose da raccogliere diventano facoltative nell'ambito del Basic module. Si tratta in concreto delle informazioni relative ai consumi energetici, alle emissioni di gas serra, all'utilizzo dell'acqua, alla gestione dei rifiuti e all'economia circolare.

La scelta non è priva di conseguenze pratiche: queste informazioni non rientreranno nel perimetro del Value Chain Cap. Le grandi imprese, quindi, non potranno pretenderle obbligatoriamente dai propri micro-fornitori, nemmeno facendo leva sui meccanismi di filiera. Si tratta di un'esclusione significativa, che alleggerisce sensibilmente il carico rendicontativo per la fascia più fragile del tessuto produttivo europeo.

Dal punto di vista operativo, il nuovo quadro normativo impone una ricognizione strutturata dei rapporti di filiera. Le imprese fornitrici dovranno verificare se i propri committenti rientrano nell'ambito della CSRD e, in caso affermativo, mappare le richieste ESG già ricevute o attese, verificandone la conformità con i limiti del Value Chain Cap. I professionisti — commercialisti, consulenti del lavoro e advisor ESG — saranno chiamati a supportare i clienti in questo processo di assessment.

Per le imprese di medie dimensioni che puntano a rafforzare la propria posizione nella catena di fornitura o a migliorare l'accesso al credito bancario, l'adozione volontaria del Comprehensive module diventa una scelta strategica da valutare attentamente. Anticipare la rendicontazione avanzata, anche in assenza di obbligo, può rappresentare un vantaggio competitivo nei confronti dei committenti e degli istituti finanziari che già integrano i criteri ESG nei propri processi di valutazione.

L'orientamento della Commissione sembra segnare una discontinuità rispetto alla fase espansiva degli obblighi ESG degli anni precedenti. L'approccio pragmatico che emerge dal nuovo provvedimento riconosce che la sostenibilità, per essere reale, deve essere anche operativamente sostenibile. Bruxelles tiene tuttavia a precisare che la semplificazione non equivale a un arretramento sugli obiettivi climatici: il nuovo standard è stato valutato in coerenza con i target di neutralità climatica previsti dalla European Climate Law e con le finalità del Green Deal europeo.

Il messaggio è chiaro: razionalizzare il sistema di rendicontazione non significa rinunciare alla transizione verde, ma renderla percorribile anche per il milione di piccole imprese europee che compongono il tessuto produttivo del continente. Per i professionisti che assistono queste realtà, comprendere a fondo il nuovo sistema — e aiutare i clienti a posizionarsi correttamente nel proprio contesto di filiera — diventa una competenza sempre più centrale nell'offerta di consulenza.

Andrea Nano

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