C'è stato un tempo in cui la scalata ai vertici aziendali era considerata il traguardo naturale di ogni carriera. Oggi, per una fetta sempre più ampia di giovani, quella meta è diventata tutto fuorché scontata. Non per mancanza di voglia di fare, ma per una consapevolezza nuova: il gioco, spesso, non vale la candela. Si chiama "conscious unbossing" il fenomeno che sta attraversando silenziosamente gli uffici di mezzo mondo, e che vede un numero crescente di under 35 rinunciare volontariamente a ruoli manageriali, preferendo percorsi di crescita orizzontale o specialistici. Secondo una ricerca recente, il 72% dei giovani opta per un ruolo individuale piuttosto che per la gestione di un team. E i numeri parlano chiaro: il 44% della Generazione Z e il 45% dei Millennial scelgono una crescita graduale ed equilibrata, mettendo stabilità e benessere davanti all'avanzamento rapido. Solo il 6%, infine, indica una posizione di leadership come principale obiettivo di carriera.
Ma cosa si nasconde dietro questi dati? La risposta, secondo l'analisi presentata nel webinar di Asseprim-Confcommercio da Mindiversity®, progetto che porta nelle organizzazioni una lente organizzativa sul funzionamento cognitivo, è molto più complessa di una semplice "crisi di ambizione". A pesare sono piuttosto i contesti aziendali sempre più frammentati, veloci e difficili da decifrare, che trasformano il lavoro in un esercizio di interpretazione continua, divorando energie mentali che andrebbero invece dedicate all'operatività. E quando il contesto smette di essere leggibile, restare coinvolti costa di più, con stress e burnout che diventano condizioni sempre più diffuse.
Il costo invisibile dei team che non si capiscono
Il lavoro, negli ultimi anni, è cambiato profondamente. Si è spostato tra ufficio e digitale, toccando una moltitudine di strumenti e canali, e richiedendo attenzione e decisioni rapide in contesti frammentati e situazioni ambigue. Il problema si manifesta quando il modo di lavorare non viene reso esplicito: richieste disperse tra messaggi e frasi dette di sfuggita, procedure poco chiare, priorità non dichiarate. Le persone sono così costrette a indovinare cosa si aspettano gli altri membri del team, o quale attività abbia più urgenza.
A complicare ulteriormente il quadro, ogni mente percepisce, ragiona e collega le informazioni in modo diverso, dando per scontato che gli altri ragionino allo stesso modo. Chi in azienda chiede una risposta immediata lo considera normale, e chi ha bisogno di tempo per rielaborarla la vive come pressione. Nessuno dei due sa come funziona l'altro, ed è lì che nasce il conflitto. Sembra una competenza relazionale, ma in realtà è carico cognitivo aggiuntivo: energia spesa per decifrare il contesto anziché dedicarsi al compito. E il conto lo pagano i team, in fraintendimenti che si accumulano giorno dopo giorno. In questo caso, disimpegnarsi o andarsene diventa la conseguenza più probabile.
"Quando un team non funziona, la domanda che le aziende si pongono è come motivare le persone – commentano Barbara Antongiovanni e Federica Ometti, fondatrici di Mindiversity®. – Sarebbe più utile chiedersi se sappiamo davvero come lavora ciascuna di loro, e quasi sempre la risposta è no, perché nessuno l'ha mai chiesto. Eppure basta poco: nella maggior parte dei casi le persone sanno benissimo di cosa hanno bisogno per rendere al meglio, aspettano solo che qualcuno glielo domandi".
Le 5 coordinate per orientarsi nel funzionamento del team
Quando il contesto smette di essere un rebus da decifrare, le persone recuperano l'energia che spendevano per interpretarlo, i conflitti si diradano e restare in azienda torna a essere una scelta. Per far sì che questo avvenga, occorre conoscere come funziona ogni membro del team. Antongiovanni e Ometti hanno individuato cinque coordinate pratiche per orientarsi:
Ritmo: la velocità con cui si entra e si esce dai compiti. C'è chi ha bisogno di un aggancio immediato e salta facilmente da un'attività all'altra, e chi ha bisogno di una fase di decantazione e va in difficoltà con un calendario di riunioni ravvicinate che non lascia il tempo di elaborare.
Soglia: quanto rumore e quanta ambiguità si riescono a reggere. C'è chi ha bisogno di silenzio assoluto e chi si concentra solo con la musica nelle orecchie, chi lavora bene anche con indicazioni vaghe e chi, per non sentirsi perso, ha bisogno di un brief chiaro e definito.
Canale: il modo più efficace per scambiare informazioni. C'è chi allinea tutto con una telefonata di due minuti e chi, per lavorare sereno, ha bisogno di istruzioni scritte e dettagliate a cui poter tornare.
Focus: l'orientamento dell'attenzione. C'è chi ragiona per associazioni e visione d'insieme, metodo prezioso in un brainstorming, e chi si immerge nel dettaglio, indispensabile quando contano precisione e finalizzazione.
Regolazione: il modo in cui si recupera energia dopo un sovraccarico. C'è chi tira dritto ignorando i segnali di stanchezza fino a rischiare il burnout e chi si rigenera con pause mirate, per tornare lucido sul compito.
"Le nuove generazioni chiedono ambienti in cui lavorare senza doversi mimetizzare – concludono le fondatrici di Mindiversity®. – Quando un'azienda impara a leggere come funzionano le proprie persone e a progettare un contesto in cui ognuno si sente ascoltato, smette di perdere talenti". Un messaggio che suona come un invito a ripensare il lavoro non solo in termini di obiettivi da raggiungere, ma di persone da comprendere. Perché la sostenibilità, oggi, passa anche e soprattutto da qui.




