Dopo l’intelligenza artificiale, il prossimo grande tema capace di accendere investitori, governi e Big Tech potrebbe essere il quantum computing. Ma cos’è davvero? E soprattutto: siamo davanti a una rivoluzione industriale o a un’altra narrativa finanziaria gonfiata troppo presto?
Il computer quantistico non ragiona come un computer tradizionale. Non lavora solo con bit, cioè 0 e 1, ma con qubit, unità che possono rappresentare più stati contemporaneamente. In teoria, questo permette di affrontare problemi enormemente complessi: simulare molecole, ottimizzare portafogli, accelerare la scoperta di farmaci, migliorare modelli di rischio, logistica e materiali. In pratica, però, il salto commerciale non è ancora avvenuto.
Ed è qui che nasce il punto finanziario.
Secondo McKinsey, gli investimenti nelle startup quantum hanno raggiunto 12,6 miliardi di dollari nel 2025, oltre sei volte il livello dell’anno precedente. Il 90% di questi capitali è finito proprio nel quantum computing. Numeri importanti, che mostrano interesse reale. Ma anche numeri che obbligano a fare una domanda scomoda: quanto di questo denaro sta finanziando progresso tecnologico e quanto sta comprando una promessa?
Il problema principale resta tecnico. I qubit sono estremamente instabili, sensibili al rumore e agli errori. Per costruire computer quantistici davvero utili servono sistemi capaci di correggere gli errori in tempo reale e funzionare su larga scala. IBM ha indicato il 2026 come anno chiave per prototipare decoder di correzione degli errori, mentre Google, Microsoft, Amazon e altri gruppi stanno seguendo strade diverse. Ma nessuno ha ancora dimostrato un utilizzo commerciale ampio, ripetibile e superiore ai computer classici nei problemi davvero rilevanti per le imprese.
Il caso Microsoft lo dimostra bene. La sua ricerca sui qubit topologici e sulle particelle di Majorana è stata presentata come una possibile svolta, ma negli ultimi mesi è stata anche oggetto di critiche scientifiche e contestazioni pubblicate su Nature. Questo non significa che Microsoft abbia torto, ma conferma una cosa: nel quantum computing la distanza tra annuncio, validazione scientifica e prodotto industriale è ancora enorme.
Per gli investitori, quindi, il rischio non è che il quantum sia inutile. Il rischio è pagarlo come se fosse già maturo.
La storia dei mercati insegna che le grandi tecnologie attraversano quasi sempre una fase di entusiasmo eccessivo. Internet ha cambiato il mondo, ma molte società della bolla dot-com sono fallite. L’AI sta trasformando interi settori, ma alcune valutazioni incorporano già anni di crescita perfetta. Il quantum potrebbe seguire lo stesso schema: tecnologia vera, tempi lunghi, vincitori pochi, perdenti molti.
La domanda giusta non è: “devo investire nel quantum?”. È: “quale parte della catena creerà valore prima?”. Hardware? Software? Cybersecurity post-quantum? Cloud quantistico? Materiali? Consulenza per imprese? Probabilmente i primi ricavi significativi non arriveranno dal computer quantistico universale, ma da applicazioni ibride, servizi cloud, simulazioni specifiche e sicurezza informatica.
Il quantum computing è una frontiera reale, ma non ancora una macchina da utili. Per questo va seguito con attenzione, non comprato con fede cieca. La rivoluzione potrebbe arrivare. Ma il mercato, come spesso accade, potrebbe volerla anticipare troppo.


Paolo D'Ascenzi



