News | 13 giugno 2026, 14:59

L’olio extravergine non è solo oro verde: la filiera EVOO è un motore di sostenibilità sociale

Una ricerca dell’Università Niccolò Cusano pubblicata su rivista internazionale dimostra: benessere dei lavoratori, tutela del territorio e trasparenza per i consumatori valgono quanto la qualità del prodotto

L’olio extravergine non è solo oro verde: la filiera EVOO è un motore di sostenibilità sociale

Roma, giugno 2026 – L’olio extravergine di oliva è sempre stato considerato un tesoro economico per l’Italia: 5,8 miliardi di fatturato, export da oltre 3 miliardi, 619mila imprese coinvolte. Ma oggi una ricerca scientifica ne svela la natura più profonda. Non solo un pilastro della dieta mediterranea, ma un vero e proprio ecosistema sociale capace di generare benessere umano, coesione territoriale e trasparenza verso chi acquista.

Lo studio, condotto dal team di scienze merceologiche dell’Università Niccolò Cusano (la professoressa Gabriella Arcese, la professoressa Maria Giovina Pasca, la dottoressa Giulia Padovani e il dottor Dario Barberini), è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale The International Journal of Life Cycle Assessment. Si tratta di una delle prime applicazioni in Italia della metodologia Social Life Cycle Assessment (S-LCA) al comparto olivicolo, con un caso studio d’eccellenza: il Frantoio Franci in Toscana.

Troppo spesso, quando si parla di sostenibilità, si guarda solo all’impronta ecologica o ai bilanci economici. La ricerca dell’Unicusano rovescia questa prospettiva. «La dimensione ambientale è essenziale – spiega il dottor Barberini – ma senza quella sociale la sostenibilità resta parziale. Solo integrando ambiente, persone e comunità possiamo parlare di vero sviluppo sostenibile».

Lo studio ha analizzato quattro macroaree secondo il framework UNEP e lo standard ISO 14075:2024: benessere dei lavoratori, benefici per la comunità locale, relazioni con gli attori della filiera e trasparenza verso i consumatori. Il risultato è un ritratto inedito del settore olivicolo italiano, dove la qualità del prodotto è legata a doppio filo alla qualità della vita di chi lo produce.

Il comparto è complesso. Picchi stagionali, rischi fisici tra campi e frantoi, infortuni in crescita. I dati INAIL 2024 parlano chiaro: oltre 26.000 denunce di infortunio nel settore agricolo. Eppure, il caso Frantoio Franci dimostra che si può invertire la rotta. Lo studio ha evidenziato performance eccellenti nella categoria «salute e sicurezza»: politiche formalizzate, Documenti di Valutazione dei Rischi costantemente aggiornati, formazione stagionale e un tasso di infortuni prossimo allo zero. Un modello virtuoso che risponde alla vulnerabilità strutturale del settore.

L’olivicoltura italiana copre 1,14 milioni di ettari, di cui il 24% biologico. Non solo produzione, ma un presidio contro l’abbandono delle aree rurali e interne. Le certificazioni DOP (42) e IGP (8) giocano un ruolo centrale: nel 2024 la produzione certificata ha raggiunto le 16.190 tonnellate (+31,1%), generando un valore al consumo di 258 milioni di euro. Acquisti a chilometro zero, occupazione locale, manutenzione del paesaggio e oleoturismo: ecco i pilastri di un benessere che si irradia nella comunità.

La sostenibilità sociale non è filantropia, è strategia. Per gli olivicoltori locali significa contratti stabili e pagamenti puntuali. Per la grande distribuzione, tracciabilità piena e conformità ai criteri ESG. Per i consumatori, infine, la certezza di acquistare un prodotto d’eccellenza valutato non solo per il profilo sensoriale, ma per l’etica e la trasparenza dell’intera filiera.

Come conclude la ricerca, il futuro delle eccellenze agroalimentari italiane non dipenderà più solo da cosa si produce, ma da come e con chi lo si produce. L’extravergine, insomma, non è solo oro verde. È un olio sociale.

Redazione