Secondo le ultime stime del settore, l’e-commerce italiano potrebbe raggiungere un valore compreso tra 148 e 157 miliardi di euro entro il 2030, trasformandosi definitivamente da canale alternativo a infrastruttura centrale dei consumi.
A spingere la crescita non sono più soltanto comodità e prezzi competitivi, ma una combinazione di intelligenza artificiale, personalizzazione estrema e nuovi modelli di acquisto emotivo.
Nel 2025 il commercio elettronico B2C in Italia ha già superato i 62 miliardi di euro, con una crescita annua attorno al 6-7%. Gli acquisti di prodotti online valgono oltre 40 miliardi, mentre i servizi digitali (turismo, trasporti, ticketing) continuano a correre a ritmi ancora più elevati.
La vera svolta, però, riguarda il comportamento dei consumatori.
Il cosiddetto “emotional commerce”, evidenziato anche dall’analisi del giornale online “Open” descrive una dinamica in cui l’acquisto online diventa sempre meno razionale e sempre più impulsivo.
Le piattaforme utilizzano algoritmi predittivi, notifiche personalizzate e contenuti video per stimolare decisioni rapide, spesso legate all’emotività più che al bisogno reale.
Dal punto di vista economico, questa trasformazione sta ridefinendo l’intero ecosistema retail.
Secondo Netcomm, nel 2025 le aziende italiane con un e-commerce attivo hanno superato quota 91 mila, con una crescita del 3,4% in un solo anno.
Le categorie più dinamiche sono Food&Grocery e Beauty&Pharma, entrambe in crescita del 7%, seguite da arredamento ed elettronica.
Anche la logistica sta vivendo una fase di forte espansione: nel solo 2025 le spedizioni e-commerce in Italia sono aumentate dell’8,5%, superando i 600 milioni di pacchi movimentati.
Un dato che conferma come la competitività futura non dipenderà soltanto dal prodotto, ma dalla capacità di garantire consegne rapide, pagamenti digitali integrati e un’esperienza d’acquisto fluida.
Il rischio, tuttavia, è che il mercato si polarizzi. Le grandi piattaforme internazionali dispongono di tecnologie e dati che molte PMI italiane ancora non possiedono. Eppure, proprio il Made in Italy digitale potrebbe rappresentare uno degli asset strategici del prossimo decennio, soprattutto nei comparti moda, food e design, dove qualità e identità territoriale restano fattori distintivi difficilmente replicabili.




