News - 09 marzo 2026, 09:00

Petrolio in tensione: il mercato oscilla tra guerra e riserve strategiche

Il conflitto con l’Iran spinge i prezzi oltre i 100 dollari, mentre il G7 valuta il rilascio coordinato delle scorte per calmare il mercato.

Petrolio in tensione: il mercato oscilla tra guerra e riserve strategiche

Il petrolio torna al centro della scena finanziaria globale. Lunedì mattina i prezzi del greggio hanno ridotto parte dei forti guadagni registrati nelle ore precedenti, dopo la notizia che i Paesi del G7 stanno discutendo un possibile rilascio congiunto delle riserve strategiche per compensare eventuali interruzioni dell’offerta legate al conflitto con l’Iran.

Il Brent si è stabilizzato intorno ai 106,8 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) si muove poco sopra i 102 dollari. Tuttavia, poche ore prima entrambi i benchmark avevano registrato un’impennata fino a circa 119 dollari al barile, livelli che non si vedevano dalla metà del 2022. Un balzo che riflette un mercato improvvisamente dominato dal rischio geopolitico.

La tensione nasce dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Nel fine settimana alcuni attacchi aerei hanno colpito infrastrutture petrolifere iraniane per la prima volta dall’inizio del conflitto, iniziato a marzo. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: attacchi a infrastrutture energetiche nei Paesi vicini e azioni contro le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz.

Questo passaggio marittimo è uno dei punti più sensibili del sistema energetico mondiale. Circa il 20% del petrolio consumato nel mondo transita proprio da lì. Cosa succede quando quella rotta viene minacciata o addirittura bloccata? Il mercato reagisce immediatamente, prezzando il rischio di una carenza globale di greggio.

Non sorprende quindi che i prezzi del petrolio siano aumentati di oltre il 25% dall’inizio della guerra, con effetti immediati sui costi dei carburanti. Negli Stati Uniti, ad esempio, il prezzo della benzina si avvicina ai massimi degli ultimi quattro anni.

Per evitare uno shock energetico più profondo, i ministri delle finanze del G7 stanno valutando un rilascio coordinato delle riserve petrolifere strategiche, probabilmente in collaborazione con l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Una misura già utilizzata in passato durante crisi energetiche, come nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Nel frattempo, anche l’offerta globale si sta muovendo. Secondo alcune indiscrezioni, l’Arabia Saudita avrebbe iniziato a offrire petrolio sui mercati spot, una scelta piuttosto rara, nel tentativo di compensare eventuali carenze di approvvigionamento.

La domanda ora è semplice ma cruciale: siamo di fronte a un picco temporaneo o all’inizio di una nuova fase di tensione energetica? Alcuni analisti ritengono che, se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere parzialmente bloccato, il Brent potrebbe restare vicino ai 100 dollari per diversi mesi.

In altre parole, il petrolio è tornato ad essere non solo una commodity, ma un vero indicatore della stabilità geopolitica globale. E finché il conflitto resterà aperto, il mercato continuerà a muoversi più sulle notizie dal Medio Oriente che sui fondamentali economici.

Paolo D'Ascenzi

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