Per chi guida una piccola o media impresa, oppure gestisce una partita IVA in Italia, la figura del commercialista rappresenta da sempre un punto di riferimento imprescindibile. Tuttavia, il mondo degli affari corre veloce e le esigenze di chi fa impresa stanno mutando profondamente. Quello che un tempo era vissuto come un semplice intermediario per il calcolo e il pagamento dei tributi, oggi è chiamato a un salto di qualità. A scattare una fotografia lucida di questa transizione è il recente Osservatorio Sibill 2026, un’indagine condotta in collaborazione con AstraRicerche su un campione rappresentativo di quasi seicento imprenditrici e imprenditori alla guida di realtà con fatturati fino a dieci milioni di euro. Il verdetto della ricerca è inequivocabile: il professionista contabile è vitale, ma il rapporto quotidiano rimane purtroppo ancorato a logiche puramente operative.
Guardando ai numeri, la dipendenza delle nostre imprese da questi professionisti è quasi totale. Ben cinque aziende su sei, ovvero l'83% del campione analizzato, ammettono candidamente di non avere il pieno controllo dei propri numeri aziendali senza l'intervento diretto del consulente. Una fetta rilevante, pari al 24,5%, si spinge oltre, confessando una totale mancanza di autonomia in assenza di questo supporto. È un dato che fa riflettere e che ribadisce il ruolo di primo piano dello studio professionale.
Ma cosa chiedono, oggi, le partite IVA e le PMI ai loro partner contabili? I dati mostrano una forte necessità di chiarezza e strategia. Un terzo degli intervistati (33,3%) desidera una lettura più trasparente dei propri numeri. Il 31% chiede una maggiore prevedibilità dei costi, mentre il 24,5% rivendica un affiancamento strutturato per affrontare le decisioni economico-finanziarie cruciali. A questo si aggiunge un forte richiamo alla semplificazione: quasi un quarto delle imprese (23,1%) sogna comunicazioni più snelle e veloci, preferibilmente supportate da un maggiore utilizzo di strumenti digitali (21,1%). Le aziende, in sintesi, non vogliono più accontentarsi della sola gestione degli obblighi fiscali, ma cercano pianificazione e analisi dei dati.
Purtroppo, queste legittime aspettative si scontrano duramente con la realtà quotidiana. Per quasi la metà degli imprenditori (49,1%), l'aiuto ricevuto si limita alla sfera strettamente operativa. Soltanto una ristretta minoranza (il 16,3%) può vantare un rapporto autenticamente consulenziale. L'utilità del commercialista viene percepita in modo schiacciante sull'amministrazione ordinaria (77,3%), come l'invio delle dichiarazioni (58,2%) o il pagamento delle tasse (42,9%). Quando si tratta di gestire problemi imprevisti, la percentuale scende al 37%, per crollare ulteriormente se si parla di controllo strategico dell'andamento economico (29,9%) o di supporto nelle grandi scelte aziendali, come nuovi investimenti o assunzioni (27,5%).
In questo netto divario tra i bisogni reali del tessuto produttivo e la prassi quotidiana si inseriscono le nuove tecnologie. Mattia Montepara, CEO e co-founder di Sibill – la fintech italiana promotrice della ricerca, specializzata in soluzioni SaaS – sottolinea come l'ascolto delle difficoltà amministrative delle imprese abbia portato a un confronto naturale con i commercialisti. L'opportunità per entrambi i soggetti è enorme: semplificare i processi, migliorare la qualità delle informazioni e trasformare la mera operatività in una collaborazione strategica di alto livello. Soluzioni che un tempo gestivano solo la tesoreria, oggi sfruttano l'intelligenza artificiale per automatizzare interi flussi finanziari e contabili.
Il messaggio finale per il mondo delle PMI è chiaro: in un contesto economico, normativo e tecnologico in rapida trasformazione, esistono ampie opportunità di crescita per quegli studi che sapranno abbandonare la sola operatività per abbracciare un ruolo da veri e propri consulenti d'impresa al fianco degli imprenditori.




