Il petrolio oggi non sceglie una direzione. E non è perché manchino le notizie: è perché ce ne sono due, di segno opposto, che si annullano. Da una parte la geopolitica, i colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran, attesi a Ginevra il 17 febbraio, dall’altra la realtà più prosaica, ma spesso decisiva, dell’offerta: l’Opec+ si prepara a riaprire i rubinetti nei prossimi mesi.
A metà mattina europea il Brent gira in area 67,5-67,7 dollari, mentre il WTI resta sopra 62,7-62,9 dollari. Piccoli movimenti che raccontano un mercato in “modalità attesa”: gli operatori provano a capire se i negoziati potranno tradursi in un alleggerimento delle sanzioni e, quindi, in più barili iraniani sul mercato, oppure se l’ennesimo tentativo finirà in un nulla di fatto, riaccendendo il premio al rischio. Sul tavolo, secondo Reuters, Teheran cerca un’intesa che porti benefici economici concreti: investimenti in energia e miniere e persino acquisti di aeromobili.
Il rovescio della medaglia è la postura militare. Reuters segnala che Washington ha rafforzato la presenza nella regione con una seconda portaerei e si prepara anche allo scenario di una campagna prolungata se i colloqui fallissero; Teheran, tramite i Guardiani della Rivoluzione, ha avvertito che reagirebbe colpendo basi statunitensi in caso di attacchi sul proprio territorio. È la dinamica che nel petrolio vale più di molte conferenze stampa: il rischio non è “se” il barile manca oggi, ma “quanto” potrebbe mancare domani.
Il punto è che, nel breve, la tensione può muovere i prezzi più della domanda. Ma nel medio periodo il “peso” vero è l’offerta. E qui la bussola torna sull’Opec+: secondo indiscrezioni raccolte da Reuters, l’alleanza starebbe valutando di riprendere gli aumenti di produzione a partire da aprile, con una decisione che potrebbe maturare in vista del meeting del 1° marzo. Se i barili Opec+ tornano a crescere e, in parallelo, i colloqui con l’Iran producono risultati, il mercato potrebbe ritrovarsi con più petrolio di quanto si aspettasse fino a poche settimane fa.
Non a caso la settimana scorsa i benchmark hanno chiuso in calo. E la seduta odierna sembra più un “parcheggio” che un’inversione: con volumi ridotti per le festività del Capodanno lunare in parte dell’Asia e per il Presidents Day negli Stati Uniti, basta un titolo di agenzia per far pendere l’ago della bilancia. Alcuni analisti, sempre secondo Reuters, ipotizzano un ventaglio largo: tensioni in aumento potrebbero spingere il Brent verso 80 dollari, mentre un accordo potrebbe riportarlo a 60.
La fotografia, insomma, è quella di un prezzo che non è basso “perché tutto va bene”, né alto “perché tutto va male”. È un equilibrio precario: basta un passo avanti a Ginevra per togliere tensione e far scendere il rischio, oppure un passo falso per riportare la volatilità. Nel frattempo, l’Opec+ resta la mano sul rubinetto. E, come spesso accade, è quella mano a decidere quanto a lungo il mercato potrà permettersi di restare immobile.




