News - 12 febbraio 2026, 17:03

Le ferite di una città: dopo il tragico femminicidio, Rovereto chiede risposte

La comunità scossa dall'uccisione di Emanuela Stefani, 45 anni, accusa collettiva contro l'ex marito e domande sulle tutele per le donne in pericolo. Il cordoglio delle istituzioni e l'appello a vigilare sulle situazioni a rischio.

Le ferite di una città: dopo il tragico femminicidio, Rovereto chiede risposte

Un silenzio carico di dolore, rabbia e domande senza risposta. La città di Rovereto si è fermata ieri per l’ultimo saluto a Emanuela Stefani, la 45enne uccisa con una coltellata al cuore mercoledì scorso nella centralissima Corso Bettini. L’uomo accusato del delitto, il suo ex marito dalla cui separazione erano trascorsi solo tre mesi, è in carcere, ma per la comunità questo non basta. Mentre i fiori si accumulano nel luogo della tragedia, un interrogativo brucia più degli altri: come è potuto accadere, nonostante la denuncia, nonostante i timori?

Il rito funebre, celebrato nella chiesa di San Marco, non è stato solo un momento di preghiera. È diventato il microfono di una collettività sconvolta. Gli amici hanno descritto Emanuela come una donna «solare, piena di vita», una forza della natura improvvisamente spenta. Ma è stato il gesto della sorella a simboleggiare la protesta silenziosa: deponendo sul feretro una sciarpa bianca, colore della lotta contro la violenza sulle donne, ha trasformato il lutto privato in un’accusa pubblica contro un sistema che, per molti, ha ancora troppe falle.

I dettagli che emergono dipingono un quadro agghiacciante. La coppia, separata da tempo, si sarebbe incontrata per discutere di questioni pratiche, forse legate ai figli. La lite, degenerata in tragedia, è avvenuta in pieno giorno, in un luogo simbolo della vita cittadina. L’uomo, un 49enne del luogo senza precedenti penali rilevanti, si è costituito poco dopo. Le indagini della Polizia di Stato, coordinate dalla Procura, confermano la pista del femminicidio. La vittima aveva sporto denuncia per maltrattamenti in famiglia dopo la separazione, e fonti investigative parlano di «uno stato d’ansia e paura» che la donna avrebbe manifestato nei confronti dell’ex compagno.

La politica locale, da sindaco a consiglieri, ha espresso cordoglio unanime, parlando di «ferita per l’intera comunità». Ma oltre alle dichiarazioni, si chiedono azioni concrete. L’assessora alle Pari Opportunità, in lacrime, ha promesso che l’amministrazione «si batterà per potenziare i centri antiviolenza e le reti di sostegno». Una promessa che ora tutti si aspettano venga mantenuta. Gli operatori dei servizi sociali, dal canto loro, sottolineano la complessità di questi casi: «Spesso la paura di ritorsioni, il timore per i figli o la speranza che l’ex partner cambi, portano a minimizzare il rischio. Dobbiamo imparare a leggere i segnali prima che sia troppo tardi».

Mentre la città cerca una difficile normalità, il caso di Emanuela Stefani riapre un dibattito nazionale. Le statistiche, anche quest’anno, mostrano numeri spietati. Ogni morte di questo tipo interroga non solo la giustizia, ma l’intera società: quanto è efficace la rete di protezione? Come si può riconoscere e isolare il pericolo prima che esploda? Rovereto, oggi, non ha risposte. Ha solo un crocifisso di fiori su un marciapiede, e la consapevolezza che, per qualcuno, la fine di una relazione non è mai veramente la fine.

Redazione

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