Il nuovo piano “rientro cervelli”, o regime dei “lavoratori rimpatriati”, dispone che si possa far rientro in Italia continuando a lavorare in smart working per una società estera con sede in un altro Paese, usufruendo del 50% di sconto sulle tasse da pagare al fisco in Italia. Così l’Agenzia delle Entrate, con l’interpello n. 2 del 12 gennaio 2026, ha ridefinito le nuove disposizioni in materia di sgravio fiscale per la categoria.
Partendo da un precedente creatosi a seguito dell’appello di un’ingegnera, che ha chiesto chiarimenti sulla possibilità o meno di beneficiare del regime agevolato per il rientro dei cervelli. La ragazza si era trasferita nel Regno Unito alla fine del 2020 e, a marzo del 2021, aveva iniziato a lavorare come Strategic Solutions Architect per una compagnia con sede legale in UK, per poi iscriversi all’Anagrafe dei residenti all’estero sei mesi dopo. La lavoratrice, negli anni successivi, pur cambiando lavoro, continuava la sua attività a Londra fino a settembre 2025, quando ha deciso di rientrare in Italia. Il tutto con un nuovo contratto di lavoro italiano, con base in Italia, per una società con sede legale in Germania. Un lavoro con un inquadramento di Livello 1 del Contratto collettivo nazionale del Commercio, a tempo indeterminato e con un ufficio presso Milano, e possibilità di lavoro da remoto.
Da qui l’Agenzia delle Entrate ha determinato che, se il lavoro viene svolto prevalentemente dall’Italia, il beneficio fiscale si applica anche in assenza di un datore di lavoro italiano, confermando che ciò che conta non è dove ha sede l’azienda, ma dove viene svolta effettivamente l’attività lavorativa.
Ma vediamo le specifiche:
Per i lavoratori che trasferiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal periodo d’imposta 2024 è previsto un regime di tassazione agevolata, applicabile nel periodo d’imposta in cui avviene il trasferimento della residenza e nei quattro periodi d’imposta successivi: i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e quelli di lavoro autonomo derivanti dall’esercizio di arti e professioni, prodotti in Italia entro il limite annuo di 600.000 euro, concorrono alla formazione del reddito complessivo limitatamente al 50% del loro ammontare.
Il regime è applicabile quando ricorrono le seguenti condizioni:
- I lavoratori si impegnano a risiedere fiscalmente in Italia per almeno quattro anni
- I lavoratori non sono stati fiscalmente residenti in Italia nei tre periodi d’imposta precedenti il loro trasferimento
- L’attività lavorativa è prestata per la maggior parte del periodo d’imposta nel territorio dello Stato
- I lavoratori sono in possesso dei requisiti di elevata qualificazione o specializzazione indicati dai decreti legislativi n. 108/2012 e n. 206/2007
Se la residenza in Italia non è mantenuta per almeno quattro anni, il lavoratore decade dai benefici; quelli già fruiti vengono recuperati, con applicazione dei relativi interessi.
Un ulteriore trattamento di favore è riconosciuto ai lavoratori con figli minorenni.
Per maggiori informazioni, consulta la scheda Lavoratori impatriati – nuovo regime (dal periodo d’imposta 2024).
Ma cos’è cambiato rispetto a prima?
Fino alle nuove disposizioni pertinenti, il perimetro del regime impatriati era associato al rientro fisico in aziende italiane o multinazionali con sedi sul territorio nazionale. Il mercato del lavoro, sempre più globale, ha però moltiplicato i casi di professionisti che rientrano in Italia mantenendo contratti con aziende straniere, spesso senza una sede nel nostro Paese.
Il punto
Nel frattempo, l’Italia continua a perdere i suoi cervelli, il suo capitale umano qualificato. Secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, nel 2024 oltre 93 mila giovani italiani tra i 18 e i 39 anni hanno trasferito la propria residenza all’estero, +107,2% rispetto al 2014. Tra gli emigrati, i 48.086 laureati usciti nel 2024 rappresentano un record, toccando il numero più alto registrato a livello nazionale in un singolo anno. Dal 2011 al 2023, circa 550 mila italiani tra i 18 e i 34 anni hanno deciso di lasciare il Paese per stabilirsi all’estero, un dato allarmante che, corretto per i rientri, si riduce a 377 mila, rappresentando una perdita stimata di 134 miliardi di euro di capitale umano negli ultimi tredici anni. Tra i giovani italiani che emigrano, il 50% è laureato e un terzo diplomato, con una marcata prevalenza di partenze dal Nord Italia.
Nota
Bene per le agevolazioni fiscali che incentivino i giovani qualificati a tornare in Italia, ma non basta: bisognerebbe seminare un terreno fertile e propizio per farli restare dove hanno iniziato a germogliare




